Il Professore ha scelto 12 ministri con portafoglio e 5 ministri senza portafoglio. All'interno della squadra che ha il compito di arginare l'attacco al debito pubblico italiano, non ci sono politici, ma solo tecnci.
Il compito assegnato all'economista, che si è tenuto per se anche la delega all'economia e alle finanze, è arduo e difficlmente potrà compiersi in pochi mesi. Da segnalare il lavoro dei più importanti partiti politici che hanno sostenuto questo Governo di emergenza, per il parere dello scrivente necessario fino alla scadenza naturale della legislatura. Da cassare il comportamento di chi chiedeva elezioni immediate oppure le chiede a breve termine.
Si è parlato di ribaltone, di annullamento della democrazia e tant'altro, facendo credere che l'Italia sia un Paese senza regole e con una vita istituzionale instabile. Vorrei solo ricordare che gli italiani questo Parlamento non l'hanno eletto direttamente, ma attraverso una nomina discrezionale di persone fatta dai leader di coalizione. Il nostro, per ora, è un Parlamento di nominati e non di eletti. L'incompetenza regna sovrana nelle aule del potere e questo lo si vede anche dalla situazione drastica in cui l'Italia si è venuta a trovare, non solo per la crisi economica mondiale, ma anche per il ritardo con cui sono stati presi provvedimenti fondamentali.
Dagli anni '90, l'Italia soffre di una pesante crisi di competitività che è sempre stata nascosta da svalutazioni fittizie della lira. Agli inizi dell'ultima decade del '900, con le riforme del sistema bancario e dei mercati finanziari, sembrava aprirsi una nuova fase di riforme, presto stroncata da Tangentopoli. Dal 2002, con l'ingresso nell'area euro, è venuto meno lo strumento della svalutazione fittizia della nostra valuta e abbiamo perso continuamente posizioni a livello mondiale.
Le riforme a favore del libero mercato e della competitività erano sempre al centro dei programmi dei partiti ma, puntualmente non venivano mai portate a termine. Al centro del dibattito politico sono stati messi sempre, da ambo gli schieramenti, argomenti futili che servivano solo a fuorviare l'opinione pubblica. Dal 2008, con la crisi finanziaria americana e successivamente dal 2010, con la crisi dei debiti sovrani europei, l'Italia ha mostrato troppe debolezze e per questo è stata pesantemente attaccata dai mercati. Speriamo che con l'arrivo di personalità accademiche e tecniche di spicco al Governo si possa mettere una pezza a questa situazione drastica.
Nella squadra di Governo abbiamo per la prima volta un Ministro della Giustizia donna, Paola Severino, avvocato penalista.
Questa è la squadra presentata da Monti:
Presidente del Consiglio: Mario Monti
Sottosegretario alla presidenza del consiglio: Antonio Catricalà
Ministro dell’Interno: Anna Maria Cancellieri
Ministro degli Esteri: Giulio Terzi
Ministro della Difesa: Giampaolo di Paola
Ministro della Giustizia: Paola Severino
Ministro della Infrastrutture, Sviluppo, Trasporti: Corrado Passera
Ministro del Welfare con delega alle Pari Opportunità: Elsa Fornero
Ministro dell’Istruzione: Francesco Profumo
Ministro per i Beni Culturali: Lorenzo Ornaghi
Ministro dell’Ambiente: Corrado Clini
Ministro per la Salute: Renato Balduzzi
Ministro delle Politiche Agricole e Forestali: Mario Catania
Ministro della Coesione Territoriale: Fabrizio Barcail
Ministro dei Rapporti col Parlamento: Piero Giarda
Ministro del Turismo e dello Sport: Piero Gnudi
Ministro per gli Affari Europei: Enzo Moavero Milanesi
Ministro della Cooperazione Internazionale: Andrea Riccardi
Un augurio di buon lavoro dai blogger di Punto Economia.
Fonti dell'Unione Europea hanno annunciato: "Dobbiamo essere certi che ci sia credibilità con gli obiettivi dell'Italia, che li rispetterà. Abbiamo deciso che il Fmi sia coinvolto nel monitoraggio, con la loro metodologia, e gli italiani hanno detto che possono convivere con ciò". Pronta e secca la smentita del Governo italiano, anche se crediamo che sia solo una mossa di facciata.
Purtroppo, negli ultimi tempi, anzi, negli ultimi 20 anni. la nostra classe dirigente non ha affrontato i problemi e adesso ci ritroviamo con un debito pubblico mostruoso che ci costa sempre di più perchè, oltre ad essere incapaci di trovare delle soluzioni, non siamo nemmeno credibili sui mercati internazionali.
Con lo spread che cresce, l'economia reale che rallenta, l'inflazione che avanza e la disoccupazione che cresce, sarà difficile attuare manovre correttive. L'unica forza del nostro sistema economico sono le nostre imprese, da sempre abituate ad operare in mezzo alle difficoltà.
Il cammino verso il risanamento sarà lungo e tortuoso, ma ci pare impossibile risolvere i problemi nel breve periodo. I problemi italiani, sono problemi strutturali causati da un mercato del lavoro che si regge su norme obsolete che dovrebbero essere riviste con le parti sociali, un sistema di tassazione che fa acqua da tutte le parti e procedure burocratiche troppo lunghe e dispendiose.
Dopo l'annuncio del referendum greco sul piano di Austerity, le tensioni sul nostro debito pubblico e l'inizio dei lavori del G20 in programma oggi, si abbatte una nuova tegola sull'Europa. L'indice manifatturiero basato sulle previsioni di acquisto dei manager, è sceso a 43,3 da oltre 48 per il nostro Paese. La flessione dell'indice riguarda anche gli altri paesi dell'area euro, sottolineando forti difficoltà di ripresa dell'economia reale.
Questo vuol dire che nel futuro prossimo, le aziende tenderanno ad acquistare ed investire meno come conseguenza dei timori per il rallentamento dell'economia.
Alla deludente dinamica dell'economia reale, si lega anche l'aumento dell'inflazione. Stagnazione del reddito ed aumento dell'inflazione sono un forte pericolo per l'attuazione di incisive manovre correttive.
Vedremo in questi giorni, con l'inizio del G20, quali saranno i provvedimenti che prenderanno i Capi di Stato e di Governo del 20 nazioni più potenti e dei principali istituti internazionali.
Dopo l'aumento dell'aliquota IVA dal 20 al 21%, le organizzazioni dei consumatori si sono fatte più caute e stanno monitorando attentamente i prezzi. Ci sono già dei risultati parziali.
La maggior parte dei beni, denunciano le associazioni hanno avuto incrementi di gran lunga superiori all'1%. Ad essere interessati in modo particolare sono i beni a basso prezzo unitario, come il caffè ed il pedaggio autostradale. Se il caffè, per esempio, passa dal 0,80 a 0,90€, l'aumento supera il dieci percento anche se in valori assoluto è solo di 10 centesimi.
E' stato richiamato a maggior controlli Mister prezzi, ovvero il garante dei prezzi, una delle tante authority che si sono create negli ultimi anni. Prontamente il garante si è attivato insieme alla Guardia di Finanza per invertire questa tendenza che, a dire la verità, sembrava un libro già scritto.
A livello nazionale, ha comunicato l'Istat, l'inflazione ha nuovamente rispreso a correre ed è aumentata su base mensile dello 0,1%, ma su base annua (ed è questo il dato interessante) ha segnato un aumento del 3%. Ciò vuol dire che l'inflazione si sta mantenendo costante su livelli alti.
Il problema maggiore sta nel fatto che un'inflazione alta fa aumentare i tassi di interesse in quanto, il processo inflazionistico può essere considerato come una tassa impropria sulle scorte di liquidità che fanno aumentare l'onere del detenere denaro e di conseguenza la remunerazione di tale "sacrificio" economico deve aumentare.
Questo vorrà dire aumento del peso del debito pubblico e della sua remunerazione senza un adeguato aumento delle entrate fiscali. Ci tengo a ripetere che secondo il mio parere sarebbe stato meglio agire sulla tassazione diretta con il contributo di solidarietà perchè in questo modo, con l'aumento dell'IVA, si colpisce il polmone del Paese lasciando spazio a "signoraggi" da parte delle imprese dovuti alla scarsa concorrenza sui mercati che da sempre distingue il nostro sistema economico.
In questo modo ci troveremo con minori risparmi in quanto la crescita salariale è bloccata, riduzione del potere d'acquisto reale, minori entrate fiscali in proporzione e aumento del peso del debito pubblico. Sono conseguenze che erano facilmente prevedibili, ma di cui non si è tenuto assolutamente conto.
Il vero problema di questo sistema è l'eccessiva polarizzazione della ricchezza in mano a pochi soggetti. Questi soggetti possono essere persone fisiche, persone giuridiche (società e altri enti), soggetti istituzionali ecc. Tale accumulo di ricchezza può essere facilmente utilizzato da soggetti specializzati sui mercati finanziari per falsare il corso normale dei prezzi dei titoli allo scopo di lucrare su piccole variazioni di quotazione. Fin qui non sembrerebbe niente di grave, invece tale comportamento non è grave, ma deleterio.
L'altalena dei prezzi incide negativamente sulle aspettative di lungo periodo, poichè la volatilità del prezzo di un titolo non è altro che la capacità del titolo di discostarsi dal proprio trend e ciò fa aumentare in prima istanza i tassi di interesse ed il prezzo dei titoli che fungono da assicurazione contro il rischio, non ultimo aumenterà anche il prezzo dei beni rifugio come l'oro.
Come si può curare questo male? Semplice, attraverso una redistribuzione del reddito fra le varie componenti della società. Redistribuzione che può avvenire attraverso l'erogazione di sussidi o l'aumento di servizi pubblici da parte dello Stato. Non ci facciamo ingannare dalle continue lamentele dei nostri politici, i soldi ci sarebbero, ma, come sempre viene scelta la soluzione più facile, ovvero quella di aumentare l'onere della tassazione alla maggioranza della popolazione. Perchè si è aumentata l'IVA? Che senso ha colpire i consumi? Non si poteva tranquillamente inserire il contributo di solidarietà? Sarebbe stata una soluzione equa, in quanto sarebbe stato applicato ai redditi superiori ai 90.000 euro, vi sembrano pochi? Ci sono famiglie che vanno avanti con 1.200 euro al mese, perchè colpire loro? Questi sono gli eroi di oggi, ma queste sensazionali storie normali non trovano spazio nè sui giornali nè tantomeno sui telegiornali.
Questo è un trend che difficilmente porterà ad una ripresa in quanto la maggior parte delle persone sta andando avanti con i risparmi di una vita che prima o poi finiranno, come faranno a quel punto ad aumentare la loro capacità di spesa? Datemi una risposta perchè io non ce l'ho veramente. Basta con questa incompetenza ai livelli alti della Pubblica Amministrazione, serve un aumento della tassazione diretta e non di quella indiretta, aumento concentrato sui piani alti degli scaglioni di reddito. in questo modo si avrà un aumento delle entrate senza sacrificare il vero motore dell'economia reale, ovvero i consumatori che sono anche lavoratori e protagonisti della vita economica nazionale. Un ritorno ad un sistema finanziario con funzione ancillare rispetto al sistema economico reale salvaguarderà anche i titoli sovrani dalla speculazione selvaggia. Sarà una strada lunga e tortuosa, ma se arriveremo alla fine sarà un nuovo inizio per tutti noi.
L'agenzia di rating ha giustificato tale decisione sostenendo che le banche in questione hanno il 40% delle proprie attività sul mercato domestico ed il valore di quest'ultime tenderà a diminuire dopo il downgrade della Repubblica Italiana.
Tre tra le più importanti figure nel sistema finanziario italiano scontano una decisione politica presa ieri dalla stessa S&P che negli ultimi tempi è affetta da deliri di onnipotenza declassando posizioni debitorie a destra e a manca senza fondamenta tecniche alle proprie decisioni. Il downgrade ha colpito anche la Cassa Depositi e Prestiti e Terna; tutte società a maggioranza statale. Si è salvata solo ENEL da questa mattanza.
Oltre al declassamento del rating, è arrivato anche quello dell'outlook che rimane negativo, il che ci fa capire che nei prossimi 12-18 mesi ci potrà essere un nuovo declassamento per le società in questione.
Sull'argomento è intervenuto tempestivamente il ministro degli esteri Frattini sostenendo che l'economia italiana non dipende assolutamente da valutazioni fittizie come questa. Resta comunque il problema del finanziamento per le nostre imprese, in quanto i tassi interbancari stanno riprendendo a crescere e questi giudizi avventati fanno aumentare il costo del finanziamento sul mercato borsistico. Una situzione veramente difficile considerando la crescita prossima allo zero e l'inflazione sostenuta da deficit strutturali nel comparto energetico.
Provvedimenti in merito sono urgenti ed i politici dovrebbero capirlo ed iniziare a prendere delle decisioni su queste materie invece che su altre molto più futili e che in qualsiasi altro Paese non troverebbero spazio in nessun giornale.
Ma è una decisione obiettiva? Lo stato di salute dei nostri titoli è veramente peggiorato da maggio? Per certi versi la risposta a questi due interrogativi può essere positiva, per altri no.
Il nostro debito pubblico è stato oggetto di chiari attacchi speculativi nelle scorse settimane ed i rendimenti sono volati ai massimi negli ultimi anni sia in valore assoluto che in relazione ai titoli più sicuri dell'area euro, ovvero i Bund tedeschi. La manovra finanziaria varata ultimamente non ha certo aiutato a ridurre i problemi strutturali del nostro Paese quindi sotto questo punto di vista, la decisione dell'agenzia è comprensibile.
Dobbiamo anche dire, però, che il deficit italiano, pur attenstandosi a livelli del 4%, è previsto in calo da parte del FMI nel 2012, con un performance che andrà sotto la media dell'area euro. I nostri titoli sovrani hanno retto bene anche alla pressione speculativa esercitata dai mercati, tranne qualche giorno in cui è servito l'aiuto della BCE, sintomo che la percezione degli operatori è divergente da quella della S&P.
Per adesso l'agenzia statunitense è stata l'unica a procedere al declassamento, mentre Moody's si è riservata di prendere decisioni in merito nei prossimi giorni.
Sicuramente è il nuovo caso di un giudizio di rating dato per destabilizzare una situazione già tesa, in quanto il nostro sistema finanziario è tuttora solvibile e tutte le nostre banche sottoposte agli "stress test", hanno superato brillantemente la prova. Resta aperto ancora il nodo delle riforme strutturali che ormai si sta protraendo da circa 20 anni e dubito che si risolverà a breve.
Sono parole importanti, anche se ultimamente si è sentito parlare troppo di crescita, ma non ci sono state politiche per favorirla. La manovra varata dal Governo con l'appoggio frettoloso, miope ed incondizionato dell'opposizione prevede in larga misura aumenti di tasse e tagli alle pensioni, mentre lascia inalterati gli sprechi ed i privilegi che ci si sono in molti settori. Molti si sono stupiti quando i mercati hanno bocciato questi provvedimenti, c'era da stupirsi di questa cosa?
Sicuramente no, perchè il problema del debito italiano non è contingente, ma strutturale. Non si può pensare di ridurre un'esposizione debitoria che supera di gran lunga il 100% del PIL con aumenti delle tasse, ma si deve agire sul contrasto alle inefficenze nella Pubblica Amministrazione. Un altro dato critico è l'aumento dell'IVA ed il taglio alla spesa pensionistica.
Aumentando l'IVA, si va a colpire i consumi, ovvero il motore della rispesa quando con il contributo di solidarietà inizialmente previsto si sarebbe raggiunto lo stesso obiettivo in materia di saldi con un contemporaneo aumento dell'equità dell'imposizione e un mantenimento o una ripresa dei consumi.
Per quanto riguarda le pensioni gli effetti negativi sono 2. Il primo riguarda l'allungamento improvviso dell'età lavorativa, che non permette ai giovani di inserirsi nel tessuto lavorativo e di conseguenza aumenterà il tasso di disoccupazione giovanile e non solo. Il secondo riguarda il taglio alla spesa per pensioni che creerà una minore disponibilità nelle tasche dei pensionati che si tradurrà in una riduzione dei loro consumi e dei loro risparmi.
In conclusione possiamo dire che nella manovra finanziaria ci sono solo provvedimenti contigenti in quanto il problema della competitività delle imprese italiane sui mercati, delle fonti energetiche e delle inefficienze del settore pubblico non sono stati toccati. In questo stato di cose l'Italia subirà una stagnazione del PIL e del debito pubblico e non diventerà credibile sui mercati internazionali ancora per molto tempo.
I beni colpiti sono quelli non necessari come TV a pagamento, prodotti tecnologici e, in modo incomprensibile, i carburanti. Un aggravio di spesa che certamente non lascerà contente le famiglie italiane che negli ultimi anni hanno visto ridursi pesantemente i loro risparmi.
Una decisione che complica ulteriormente il problema del prezzo dei carburanti, già in continua ascesa per i problemi strutturali della nostra economia. Anche il mercato dell'auto ne risentirà, perchè dopo il taglio agli incentivi statali, questo aumento di prezzo per il consumatore finale farà deperire la domanda di autovetture già in forte discesa.
La nota casa tedesca di automobili Opel, ha già annunciato una promozione di protesta che prevede lo sconto dell'1% su tutte le vetture in vendita per chi ha già sottoscritto il contratto d'acquisto o per chi lo sottoscriverà entro la fine del mese.
Le associazioni dei consumatori sono già sul piede di guerra. Sono stati fatti molti studi al fine di prevedere l'aggravio di spesa nel bilancio familiare dovuto a questo provvedimento e le cifre si aggirano intorno ai 140 €/anno. Il pensiero principale per gli enti a difesa dei consumatori è quello degli arrotondamenti "selvaggi" che sono già stati praticati nel 2002 con l'entrata in vigore dell'euro. L'assoutenti ha già sollecitato la Guardia di Finanza ad esercitare controlli incisivi sui prezzi di beni e servizi.
La prima decisione ha ridotto
fortemente il c.d. “rischio paese”, garantendo in un certo
senso il debito italiano, mentre la seconda ha ridotto il fenomeno speculativo che si era creato negli ultimi tempi.
Il peggio sembra passato; infatti lo spread tra BTP italiani e Bund tedeschi è sceso sotto quota 270 pb
rispetto ai 400 della scorsa settimana, ma la strada è ancora
lunga. La situazione è stata contenuta nel breve periodo, ma per
evitare che la crisi si ripeta nel tempo, si dovrà agire su tre
punti cardine.
1- Riforme strutturali.
L'andamento del mercato non è svincolato del tutto dall'andamento
dell'economia reale, quindi un'economia con difetti strutturali
come la nostra (sebbene forte e liquida) può essere preda di
attacchi speculativi. Bisogna quindi agire su produttività
delle imprese (praticamente ferma da 15 anni), processi
redistributivi del reddito come una tassazione progressiva e una
politica fiscale incentrata sui nuclei familiari, da sempre i più
attivi centri di consumo, riduzione del peso della pubblica
amministrazione, tra le più inefficienti d'europa, riduzione
del peso della politica, una vera sanguisuga di mezzi finanziari
ed impostazione di una nuova politica energetica volta a
garantire una maggiore autonomia al nostro Paese al fine di livellare
le oscillazioni del prezzo dell'energia eletrica per uso civile ed
industriale.
2- Maggiore integrazione tra
politiche comunitarie. In questi ultimi mesi grazie ai casi
di Irlanda, Grecia, Portogallo, Spagna e Italia abbiamo visto
quanto è importante per il sistema Euro avere alle spalle una forte
politica economica condivisa. Grazie all'intervento della BCE,
per esempio, il costo del debito pubblico italiano si è attestato su
valori normali. Da censurare, per esempio, il comportamento
della Germania, che tenta di usare le istituzioni comunitarie per
rafforzare le proprie decisioni di politica economica a scapito degli
altri Stati membri. Anche nei casi Grecia, Irlanda, Portogallo e
Spagna l'intervento della banca centrale è stato determinante.
3- Maggior controllo dei mercati
di capitali. Negli
ultimi periodi abbiamo assistito a mercati malati in tutto il globo:
Borse che oscillano anche di 10 punti percentuali in una sola
giornata, rendimenti dei titoli sovrani impazziti. La spiegazione
degli economisti è sintetizzabile nel panico della massa di
investitori, io non la penso assolutamente così. In tutto
il mondo si sono stati creati fondi speculativi con ingenti risorse
finanziarie che hanno la possibilità di influenzare la dinamica dei
titoli in tutto il globo. Il
problema è che la legislazione di tipo nazionale poco può contro
questi organismi con strutture multinazionali. Ottima è stata la
decisione della Consob di sospendere le vendite allo scoperto di
titoli bancari, anche se la
decisione dovrebbe essere presa per un tempo maggiore rispetto alla
settimana prevista e dovrebbe essere estesa a tutti i comparti
borsistici. Le vendite allo scoperto creano forti tensioni
speculative e aumentano il distacco con l'economia reale. L'impegno
della commissione si dovrebbe rivolgere anche alle agenzie di rating,
poiché ultimamente i loro giudizi sono azzardati e poco trasparentie orientano in modo fittizio gli investitori.
La
borsa, che si credeva un mercato perfettamente concorrenziale, si è
rivelata per quello che è, un mercato molto più vicino alla
concorrenza monopolistica,
poiché in esso operano organismi in grado di influenzare il prezzo
dei titoli, prima lo capiranno i nostri amministratori e prima si
potrà trovare una soluzione ai problemi della finanza globale.
A farla da padrone è sempre la dinamica dei titoli di stato italiani e spagnoli, sottoposti a continui stress speculativi, in particolare i Btp hanno fatto segnare uno spread con i Bund tedeschi con medesima scadenza di 368 pb con rendimento vicino al 6,00%, superando in giornata anche quota 370 pb.
Il debito pubblico italiano continua ad annaspare e la volatilità in Borsa regna sovrana. Un dato interessante riguarda il prezzo di scambio dei BTP con scadenza 1° agosto 2017 che a ottobre 2010 era di 113,60 mentre oggi è arrivato a 98,88 segnando un -13%. Un deprezzamento che è essenzialmente dovuto all'aumento del rischio paese e che i nostri amministratori non sanno come contrastare.
Oggi il premier Silvio Berlusconi ha cercato di frenare questa corsa folle dei mercati intervenendo nei due rami del Parlamento e chiedendo ai vari schieramenti politici una prova di coesione e forza in sintonia con quanto espresso dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Varie sono state le reazioni degli esponenti politici di spicco, il PD ha chiesto le dimissioni del Premier, mentre Di Pietro è stato più caustico e ha chiesto il voto anticipato. Il Terzo Polo con Casini, ha chiesto una prova di coesione a tutto l'emiciclo con la creazione di un Governo di unità nazionale senza Berlusconi come premier.
L'obiettivo è quello di placare i mercati, ma i nostri politici non hanno ancora capito che il "mercato" non è un'entità anonima formata da persone qualunque, ma all'interno di esso operano soggetti specializzati che non si fanno incantare da finanziarie approvate velocemente e da richieste che molto probabilmente non verranno accolte.
Servono i numeri, l'Italia deve ripartire dai propri problemi e fare forza sulle proprie potenzialità, serve una nuova politica energetica, una riduzione della spesa pubblica unita ad un aumento dell'efficienza della pubblica amministrazione, serve una maggiore meritocrazia e un ricambio rapido della classe dirigente, che si è verificata inadeguata a gestire le tensioni economiche ed internazionali dei giorni nostri.
I BTP a 3 anni sono stati collocati a 4,8% contro il 3,68% di giugno, mentre i BTP decennali sono stati collocati a 5,77% contro il 4,94% di giugno, facendo registrare il record dal 2000.
La giornata di oggi è stata segnata da un'incertezza diffusa sulla situazione dei debiti sovrani periferici tanto che vi sono state delle voci su probabili acquisti di titoli fatti dalla Banca Centrale Europea.
Ad influenzare la performance dell'obbligazionario vi sono stati anche i "rumors" sulle possibili dimissioni di Giulio Tremonti, attuale Ministro dell'Economia, prontamente smentite da lui stesso e dal suo collega Romano.
Continua quindi il periodo difficile per il debito pubblico italiano che da inizio mese ha subito un'impennata di costo di 110 pb, difficilmente sostenibile nel lungo periodo.
Se i tassi si manterranno a questi livelli anche nelle prossime aste (la successiva si terrà tra un mese) la stabilità finanziaria dell'Italia sarà messa a dura prova.
Il mercato, oltre ad approfittare della difficile situazione in cui versano i Paesi con alto debito pubblico, aspetta segnali positivi dalla politica italiana, dalla Banca Centrale Europea e dal Fondo Monetario Internazionale.
Il prezzo della verde IP è arrivato a quota 1,641 euro al litro segnando il massimo storico, mentre il gasolio si è attestato a 1,523 euro al litro.
Vi sono poi notevoli differenziali locali, dovuti alla concorrenza presente in zona, che fanno oscillare il prezzo dei carbutanti in una forbice di circa 10 centesimi al litro, sintomo di uno sviluppo non uniforme della rete distributiva nel nostro paese.
Il dato è preoccupante sia per quanto riguarda i consumi, sia per quanto riguarda la produzione industriale. Le famiglie si vedranno, quindi, aggravare ancora una volta i costi nel bilancio domestico, mentre le imprese si troveranno a fronteggiare un aumento dei costi sia per quanto riguarda l'autotrazione, sia per quanto riguarda il costo dell'energia elettrica utilizzata nei processi produttivi.
Urge una nuova politica energetica che sia in grado di ridurre la dipendenza dall'estero e che stabilizzi i prezzi dei carburanti e delle fonti energetiche in generale. Questo permetterà di far ridurre i prezzi e l'inflazione, oltre che rilanciare i consumi, fondamentali per uscire dalla situazione di stallo in cui si trova il nostro Paese.
Torna a respirare anche il settore bancario, ieri segnato fortemente dalle manovre degli operatori.
Sembra continuare quindi il periodo di forte instabilità del mercato azionario italiano, vittima di ondate speculative a causa dell'alto debito pubblico.
Nonostante l'ottimo risultato ottenuto dalle banche italiane nello stress test europeo, il giudizio degli operatori di mercato è stato negativo per tutta la giornata di lunedì, il che fa pensare che c'è sempre una strana regia dietro a questi movimenti di mercato.
Un'altra notizia confortante riguarda lo spread tra BTP e Bund tedeschi che si è ridotto dai 332 punti base di ieri ai 312,6 di oggi portando il rendimento dei titoli decennali italiani al 5,83% (sempre a metà giornata).
Purtroppo nemmeno la manovra varata a fine settimana scorsa ha rassicurato i mercati azionari e all'orizzonte si prospetta un periodo difficile, soprattutto per gli italiani, che si troveranno a dover pagare 1000 euro in più a famiglia per riparare alle scelte finanziarie scellerate fatte da una classe dirigente dissennata negli ultimi 30/40 anni.
Personalmente penso che l'ultima finanziaria varata non basterà a salvare l'Italia, in quanto gli speculatori hanno una forza talmente forte che un singolo Stato da solo non può arginare. Nei prossimi giorni assisteremo nuovamente ad un continuo alternarsi di risultati negativi e positivi della Borsa italiana e soprattutto del comportato assicurativo e bancario.
Si è poco parlato, però, del meccanismo che c'è dietro a questi "strani" momenti sui mercati azionari.
Sui mercati azionari il prezzo di un'obbligazione varia in maniera inversa rispetto al proprio tasso di interesse (quando il tasso sale, il prezzo scende e viceversa).
Il livello tasso di interesse dipende da cinque fattori:
- tasso di interesse naturale;
- premio per il rischio paese;
- premio per il rischio di cambio valutario;
- differenziale tra inflazione del paese in esame e quella estera;
- il livello della domanda del titolo rispetto all'offerta.
Il tasso di interesse naturale è quel livello del tasso di interesse che si ha quando il sistema economico è in equilibrio e l'inflazione è 0, sostanzialmente è un concetto teorico al quale il sistema tende, grazie all'aiuto della politica economica e delle relative manovre.
Il premio per il rischio paese consiste in un aumento/diminuzione del tasso di interesse del titolo dovuto alla debolezza/forza del paese. La forza di uno stato (come quella di qualsiasi soggetto economico), è data dalla capacità di onorare i propri debiti. Il dato importante, quindi, diventa il rapporto debito/PIL e il tasso di crescita del prodotto interno lordo.
Il premio per il rischio valutario dipende dalla forza della valuta in cui il titolo è espresso. Se la moneta tende a deprezzarsi rapidamente aumenta il rischio di perdite legate al cambio, quindi il tasso di interesse deve coprire anche questo rischio (vedi tassi italiani durante gli shock petroliferi e le forti svalutazioni fatte fino al '93).
Il differenziale tra inflazione del paese in esame e quella estera è rilevante perchè un'inflazione interna troppo alta aumenta la convenienza ad investire all'estero e quindi il tasso di interesse tenderà ad aumentare.
Il livello della domanda è importante perchè una domanda scarsa farà aumentare il tasso e diminuire il prezzo del titolo di stato. Se una parte consistente della domanda proviene da risparmiatori, è più difficile che si creino ondate di speculazione, poichè solitamente, questo tipo di domanda è molto più stabile.
Il guadagno del trading sui titoli pubblici dipende dal:
- livello del tasso di interesse;
- la differenza tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita.
Viene selezionato un paese con forte debito pubblico e con un sistema politico che non è in grado di varare piano idonei a ridurre in maniera consistente il livello del debito.
Successivamente, durante le aste di assegnazione dei titoli la domanda si riduce drasticamente poichè gli speculatori (con ingenti disponibilità) non acquistano più titoli (facendo aumentare il tasso e ridurre il prezzo). Oppure sempre gli stessi soggetti, daranno ordine di vendere i titoli sul mercato secondario, liquidando l'investimento e facendo ridurre il prezzo dei titoli sul mercato. Qualche giorno dopo, i titoli verranno acquistati nuovamente, ma ormai sono stati emessi a condizioni più onerose e il costo del debito pubblico aumenta, rendendo quest'ultimo ancora più insostenibile.
Ma dove sta il guadagno?
Semplice, quando i titoli vengono venduti, il prezzo tenderà a diminuire nei giorni successivi, innescando timore anche negli altri investirori, i quali, vendendo a loro volta peggioreranno la situazione, quando il prezzo sarà reputato bassa abbastanza, verrà acquistata la stessa quantità di titoli ad un prezzo più basso e con un rendimento più alto. Il guadagno è quindi dato dalla differenza tra i due prezzi.
In questo modo, pochi soggetti abbienti, rovinano la vita di milioni di persone. Il tutto, viene amplificato dalle valutazioni delle società di rating. Vedremo come si svilupperà la situazione...
L'agenzia di rating internazionale, ha inoltre confermato che l'Italia ha 1 possibilità su 3 di vedersi abbassato il rating nei prossimi 24 mesi. Fin qui niente di particolarmente strano, in quanto è possibile che un'agenzia di rating ritenga non più stabile la posizione di un debito sovrano, ma il problema nasce dal fatto che dopo il varo della manovra di austerity fatta dal Governo greco, l'attenzione delle società di rating si è spostata eccessivamente sul nostro debito pubblico.
La decisione può essere anche coerente con le dichiarazioni fatte a fine maggio riguardo alla posizione del debito italiano, ma questo accanimento è del tutto infondato, visto che la situazione italiana non è sostanzialmente cambiata negli ultimi tempi e che l'Italia ha un forte vantaggio; l'alta componente interna nelle aste dei titoli sovrani.
La cosa che più mi fa preoccupare è questa ondata di interessamento anomalo nei confronti degli strumenti finanziari italiani iniziata quando il problema Grecia stava ormai volgendo al termine. La cosa che più ne risente è il differenziale con i titoli considerati sicuri che nell'area euro sono i Bund tedeschi. E' stato stimato che ogni punto percentuale di tasso di interesse costa all'Italia 16 miliardi di euro, quindi è facile intuire gli effetti di queste dichiarazioni sulla posizione non proprio rosea del nostro Paese.
Bene ha fatto la Consob a convocare le agenzie di rating, poichè è giusto vigilare su questi enti in quanto un'economia fatta da 3 o 4 grandi società non può continuare a decidere il destino di milioni di risparmiatori anche perchè molte volte i rating sono sbagliati (vedi caso Lehman Brothers).
Questo vuole essere solo un monito, poichè il mercato fa bene a stuzzicare la politica italiana, che sta continuando a parlare di cose inutili, quando i problemi strutturali della nostra economia non sono mai e dico mai inseriti nell'agenda dei lavori. Rimangono sempre i problemi strutturali quali scarsa produttività, deficit energetico, alta evasione e mancata riconversione produttiva verso beni ad alto contenuto di capitale umano.
Dopo i risultati del referendum, Moody's, ha deciso di tenere sotto osservazione il debito sovrano italiano in quanto nutre delle perplessità sulla tenuta del Governo. La componente del rischio che ha subito variazioni è la "componente paese", ovvero il rischio legato alla stabilità e alla credibilità del Governo. Oltre alle Banche, Moody's tiene sotto osservazione anche altre società come Eni, Enel e Poste e alcuni enti locali.
Tra le motivazioni ufficiali di questa decisione vi è la stagnazione della produttività, la mancanza di riforme atte a superare la crisi economica e la difficoltà da parte del Governo, visto il peggioramento della sua posizione finanziaria, di sostenere il debito delle banche.
Come tutti noi sappiamo, la situazione italiana è critica, in quanto la produttività del sistema economico è ferma a 15 anni fa e le riforme verso una maggiore apertura del mercato interno non stanno arrivando. Se a tutto questo ci sommiamo un deficit energetico pesante e la mancanza di un programma di riconversione degli impanti è impossibile vedere rosa nel nostro futuro.
Ma non è tutto, perchè oltre alle motivazioni ufficiali, ci sono anche le motivazioni ufficiose, infatti negli ultimi tempi vi è una forte spinta speculativa che sta colpendo i paesi europei con alto debito pubblico. Puntualmente, le agenzie di rating, cambiano le prospettive sui Paesi anche dopo dei piccoli squilibri interni, facendo rimbalzare continuamente i tassi. I tassi dei titoli del debito pubblico italiano sono subito aumentati superando lo spread con i Bund tedeschi di oltre 200 punti base.
E' veramente arrivata l'ora di prendere provvedimenti a livello internazionale per evitare che pochi analisti continuino a creare questi forti disturbi nel mercato dei capitali. La speculazione è e continuerà ad essere un fenomeno negativo in quanto sintomatico di inefficienze nel mercato. Non è possibile che gli investimenti di milioni di risparmiatori siano messi alla mercè di poche società padrone del futuro della finanza mondiale.
Dopo il referendum che ha cancellato la possibilità, in Italia, di costruire centrali nucleari, si ripropone il problema energetico che sta sempre più condizionando le performance economiche (in negativo) del nostro Paese.
Secondo l'Unione Petrolifera l'ammontare della spesa degli italiani in luce e gas ammonterà a 63 miliardi di euro contro i 53,9 del 2010. Un dato impressionante e che segna il nuovo record dopo il massimo del 2008 con quasi 60 miliardi di euro.
L'aumento della bolletta energetica è dovuto, per la quasi totalità, all'aumento del prezzo del greggio, infatti la bolletta petrolifera passerà da 28,5 a 36 miliardi di euro.
Questi dati sono la fotografia di un problema che affligge il nostro sistema produttivo da sempre e che non è mai stato risolto, o meglio, è stato affrontato nel modo sbagliato e con politiche affrettate.
Tutti noi sappiamo che il nostro Paese non possiede grandi giacimenti nè di petrolio, nè di gas naturale, quindi un certo livello di dipendenza dall'estero è fisiologico, ma la situazione italiana, gurdando anche l'andamento dei prezzi dei combustibili, è diventata insostenibile.
Con il referendum del 12-13 giugno, il popolo italiano ha dato un segnale importante che la classe politica non è stata in grado di intercettare in anticipo verso lo sviluppo delle energie rinnovabili e l'abbandono del nucleare.
Questo risultato elettorale è arrivato semplicemente perchè gli italiani sanno che il nucleare è una fonte energetica che l'uomo, con le tecnologie attuali, non è in grado di gestire e che comporta costi più alti dei benefici che la società può trarre dallo sfruttamento di questa fonte energetica.
Accantonato il nucleare, ci si aspettava una svolta verso le energie rinnovabili, invece, proprio oggi l'AD di Eni, Paolo Scaroni, ha detto che gli italiani hanno deciso "di andare a tutto gas". Ad onor del vero gli italiani avrebbero chiesto essenzialmente 3 cose: sviluppo delle energie rinnovabili, riduzione del costo dell'energia sia per le famiglie che per le imprese e autonomia (per quanto possibile) energetica in modo tale da stabilizzare il costo delll'energia su livelli più bassi. E' chiaro che lo sviluppo di una nuova forma di energia e una ristrutturazione energetica avrà dei costi alti che, però, paragonati ai benefici, saranno irrisori.
Una politica energetica seria e decisa è fondamentale per tutto il tessuto produttivo italiano in quanto l'alto prezzo dell'energia frena la competitività delle nostre imprese all'estero.
Il declassamento è la decisione che solitamente precede, non sempre con certezza, la riduzione del giudizio di rating. Hanno quasi sicuramente pesato sulla decisione della società la situazione politica che esce dalle elezioni amministrative e le successive cinque volte in cui il governo è andato "sotto" alla camera su altrettanti testi, alcuni proposti proprio dai parlamentari di maggioranza.
Ultimamente le società di rating stanno colpendo in modo deciso i debiti sovrani dei paesi più forti del mondo quali Gran Bretagna nel 2009, Giappone nel Gennaio di quest'anno ed ultimamente si parla anche di una revisione del rating tedesco.
Lo scorso Aprile, la S&P aveva già tagliato l'outlook sul debito pubblico americano, considerato da anni il più sicuro al mondo.
Il timing di questo provvedimento non è certamente dei migliori, in quanto giovedì prossimo si terrà un asta di BOT a scadenza 6 mesi di 8,5 miliardi di euro e una di CTz con scadenza Aprile 2013 di 2,5 miliardi di euro. Il lunedì successivo, il 30 maggio 2011, scadrà un asta di BTP con scadenza aprile 2014 da 6,5 miliardi di euro e di CCT con scadenza aprile 2018 da 1,5 miliardi di euro.
Il declassamento arriva anche successivamente ai continui record fatti segnare dai rendimenti dei titoli del debito sovrano greco. Dopo queste decisioni ed in conseguenza alla situazione del sistema finanziario internazionale il divario (spread) tra i BTP ed i bund tedeschi dovrebbe aumentare.
Il sistema economico italiano, però, non dovrebbe essere coinvolto da una crisi finaziaria come quella della Grecia, in quanto la componente interna durante le aste di assegnazione dei titoli è molto più alta rispetto a quella del paese ellenico e del Portogallo, paesi dell'area periferica dell'Unione Europea. Sicuramente è importante che gli amministratori pubblici inizino a mettere da parte le contrapposizioni sul piano politico in quanto la situazione, se non drammatica, è certamente difficile.
Negli ultimi dati ISTAT si è vista una notevole crescita dei settori ad alto valore aggiunto quali il chimico e l'elettronico che può far ben sperare sulla riqualificazione del tessuto produttivo nazionale, basato eccessivamente su produzioni a basso valore aggiunto esposte alla concorrenza dei paesi emergenti. Un altro punto importante riguarda anche il deficit energetico italiano, che negli utlimi anni sta frenando lo sviluppo del nostro paese ed una risposta decisa su come superarlo si avrà il 12 e il 13 giugno con il referendum che chiamerà gli elettori a decidere sull'introduzione o meno dell'energia nucleare nel nostro paese.
Purtroppo il sistema finanziario europeo è travolto da un'ondata speculativa che cerca di farlo crollare pezzo per pezzo. Per adesso sono stati atttaccati i paesi periferici con debito molto alto quali Irlanda, Grecia e Portogallo, adesso l'attenzione degli speculatori si sta portando verso i Paesi dell'Europa più solidi sotto il punti di vista economico, ma con un alto debito, come Italia e Spagna.
In mezzo alle tante proposte ed idee che sono venute fuori, si distingue l'opinione di Emma Marcegaglia, presidente del sindacato, riguardo ai contratti nazionali.
Sull'argomento dei contratti di lavoro, le parti sociali, ovvero sindacati dei datori di lavoro e dei lavoratori, e Governo, si sono incontrati ed hanno firmato l'accordo interconfederale nel 2009. Questo accordo prevede una contrattazione sindacale sia centralizzata che diffusa su tutto il territorio nazionale. Vale a dire che i contratti di lavoro continuano ad essere validi a livello nazionale, ma a livello territoriale ci possono essere degli aumenti in base alla produttività della zona. Tali incrementi dovuti alla maggiore produttività, possono essere erogati anche a livello aziendale, ciò permette una maggiore vicinanza del salario alla situazione territoriale e aziendale.
Proprio durante l'ultima riunione di Confindustria, il presidente Marcegaglia ha ribadito di voler procedere sulla strada già intrapresa due anni or sono. Quindi l'impostazione della Confindustria riguardo alla politica economica in merito ai salari rimane quella di contratti validi a livello nazionale, ma derogabili a livello territoriale.
Tali affermazioni sono arrivate anche in risposta alle critiche mosse soprattutto dalla Lega Nord, la quale voleva dei contratti collettivi validi su base regionale, le c.d. "Gabbie salariali", poichè il costo della vita non è uniforme in tutto il paese.
Bene ha fatto la Confindustria a mantenere la linea definita con l'accordo interconfederale, poichè salari uniformi in tutto il paese sono importanti per concentrare l'attenzione sulla produttività delle imprese, che deve essere rilanciata a tutti i costi.