L'agenzia di rating ha giustificato tale decisione sostenendo che le banche in questione hanno il 40% delle proprie attività sul mercato domestico ed il valore di quest'ultime tenderà a diminuire dopo il downgrade della Repubblica Italiana.
Tre tra le più importanti figure nel sistema finanziario italiano scontano una decisione politica presa ieri dalla stessa S&P che negli ultimi tempi è affetta da deliri di onnipotenza declassando posizioni debitorie a destra e a manca senza fondamenta tecniche alle proprie decisioni. Il downgrade ha colpito anche la Cassa Depositi e Prestiti e Terna; tutte società a maggioranza statale. Si è salvata solo ENEL da questa mattanza.
Oltre al declassamento del rating, è arrivato anche quello dell'outlook che rimane negativo, il che ci fa capire che nei prossimi 12-18 mesi ci potrà essere un nuovo declassamento per le società in questione.
Sull'argomento è intervenuto tempestivamente il ministro degli esteri Frattini sostenendo che l'economia italiana non dipende assolutamente da valutazioni fittizie come questa. Resta comunque il problema del finanziamento per le nostre imprese, in quanto i tassi interbancari stanno riprendendo a crescere e questi giudizi avventati fanno aumentare il costo del finanziamento sul mercato borsistico. Una situzione veramente difficile considerando la crescita prossima allo zero e l'inflazione sostenuta da deficit strutturali nel comparto energetico.
Provvedimenti in merito sono urgenti ed i politici dovrebbero capirlo ed iniziare a prendere delle decisioni su queste materie invece che su altre molto più futili e che in qualsiasi altro Paese non troverebbero spazio in nessun giornale.
Ma è una decisione obiettiva? Lo stato di salute dei nostri titoli è veramente peggiorato da maggio? Per certi versi la risposta a questi due interrogativi può essere positiva, per altri no.
Il nostro debito pubblico è stato oggetto di chiari attacchi speculativi nelle scorse settimane ed i rendimenti sono volati ai massimi negli ultimi anni sia in valore assoluto che in relazione ai titoli più sicuri dell'area euro, ovvero i Bund tedeschi. La manovra finanziaria varata ultimamente non ha certo aiutato a ridurre i problemi strutturali del nostro Paese quindi sotto questo punto di vista, la decisione dell'agenzia è comprensibile.
Dobbiamo anche dire, però, che il deficit italiano, pur attenstandosi a livelli del 4%, è previsto in calo da parte del FMI nel 2012, con un performance che andrà sotto la media dell'area euro. I nostri titoli sovrani hanno retto bene anche alla pressione speculativa esercitata dai mercati, tranne qualche giorno in cui è servito l'aiuto della BCE, sintomo che la percezione degli operatori è divergente da quella della S&P.
Per adesso l'agenzia statunitense è stata l'unica a procedere al declassamento, mentre Moody's si è riservata di prendere decisioni in merito nei prossimi giorni.
Sicuramente è il nuovo caso di un giudizio di rating dato per destabilizzare una situazione già tesa, in quanto il nostro sistema finanziario è tuttora solvibile e tutte le nostre banche sottoposte agli "stress test", hanno superato brillantemente la prova. Resta aperto ancora il nodo delle riforme strutturali che ormai si sta protraendo da circa 20 anni e dubito che si risolverà a breve.
L'agenzia di rating internazionale, ha inoltre confermato che l'Italia ha 1 possibilità su 3 di vedersi abbassato il rating nei prossimi 24 mesi. Fin qui niente di particolarmente strano, in quanto è possibile che un'agenzia di rating ritenga non più stabile la posizione di un debito sovrano, ma il problema nasce dal fatto che dopo il varo della manovra di austerity fatta dal Governo greco, l'attenzione delle società di rating si è spostata eccessivamente sul nostro debito pubblico.
La decisione può essere anche coerente con le dichiarazioni fatte a fine maggio riguardo alla posizione del debito italiano, ma questo accanimento è del tutto infondato, visto che la situazione italiana non è sostanzialmente cambiata negli ultimi tempi e che l'Italia ha un forte vantaggio; l'alta componente interna nelle aste dei titoli sovrani.
La cosa che più mi fa preoccupare è questa ondata di interessamento anomalo nei confronti degli strumenti finanziari italiani iniziata quando il problema Grecia stava ormai volgendo al termine. La cosa che più ne risente è il differenziale con i titoli considerati sicuri che nell'area euro sono i Bund tedeschi. E' stato stimato che ogni punto percentuale di tasso di interesse costa all'Italia 16 miliardi di euro, quindi è facile intuire gli effetti di queste dichiarazioni sulla posizione non proprio rosea del nostro Paese.
Bene ha fatto la Consob a convocare le agenzie di rating, poichè è giusto vigilare su questi enti in quanto un'economia fatta da 3 o 4 grandi società non può continuare a decidere il destino di milioni di risparmiatori anche perchè molte volte i rating sono sbagliati (vedi caso Lehman Brothers).
Questo vuole essere solo un monito, poichè il mercato fa bene a stuzzicare la politica italiana, che sta continuando a parlare di cose inutili, quando i problemi strutturali della nostra economia non sono mai e dico mai inseriti nell'agenda dei lavori. Rimangono sempre i problemi strutturali quali scarsa produttività, deficit energetico, alta evasione e mancata riconversione produttiva verso beni ad alto contenuto di capitale umano.